mercoledì 12 novembre 2008

Primarie dei Giovani democratici

Carissima/o,
Un anno è passato dalle primarie che hanno dato vita al Partito Democratico; anche a
Poggibonsi grazie al tuo contributo di oltre tremila persone oggi il Partito Democratico è una
realtà concreta, una grande forza riformista.
Dal 14 ottobre 2007 ad oggi molte cose sono successe, e molta strada è stata fatta; però
manca ancora tanto per raggiungere l’obbiettivo desiderato cioè quello di creare un partito
nuovo e non un nuovo partito.
Nell’ottica di questo obbiettivo si sente la necessità di creare una giovanile politica che riesca a
catalizzare i giovani dai 14 ai 29 anni, una giovanile che non sia separata dal partito, ma sia
tutt’uno col partito. La giovanile che abbiamo in mente non è una sezione del partito dove
vengono ghettizzati coloro che hanno meno di 30 anni, ma l’insieme dei giovani del partito che
lavorano per avvicinare il partito e la politica ai giovani giovani; è facile parlare di ricambio generazionale
negli organi politici, ma questo ricambio può essere fatto solo costruendo insieme una
GENERAZIONE DEMOCRAT DEMOCRATICA ICA che sia allo stesso tempo radicata nel partito e
vicina a quei ragazzi che si interessano poco di politica perché la ritengono un organismo
autoreferenziale.
Per questo motivo venerdì 21 novembre si svolgeranno le primarie dei giovani che daranno vita
all’organismo giovanile descritto sopra.
Si eleggerà il segretario nazionale, l’assemblea nazionale, regionale e provinciale; possono
votare tutti coloro nati tra il 22 novembre 1978 e il 31 dicembre 1994.
Ti invitiamo a partecipare e a far partecipare amici e conoscenti; un’ampia partecipazione darà
sicuramente forza e vigore alla nuova giovanile nascente.
Per avere informazioni sui candidati a segretario nazionale, sui candidati della provincia di Siena
alle assemblee nazionale e provinciale e dei candidati del comune di Poggibonsi all’assemblea
provinciale puoi visitare la pagina dedicata all’evento sul sito del Partito Democratico di
Poggibonsi: www.pdpoggibonsi.it
Cordiali Saluti
Il coordinatore dei giovani del PD di Poggibonsi
Francesco Cigna

lunedì 8 settembre 2008

8 settembre

Otto settembre firma dell'armistizio, inizio della resistenza...
Di seguito si riporta il testo della ballata della Ventitreesima Brigata Garbaldi d'assalto Guido Bascaglia che 65 anni fa iniziò la sua opera di liberazione nelle carline.

(Tutti i fatti narrati nella canzone sono storicamente accaduti; solo le modaliltà della morte del filosofo fascista Gentile sono ancora da accertare: quelle narrate nella ballata derivano da una testimonianza orale. )


Otto settembre, il re era scappato
Torna un sottotenente al reggimento
ma quando scopre ch’è in mano ai tedeschi
si dà alla macchia e si fa chiamar Enzo
Sul Berignone trova dei compagni
armati di doppiette e di pistole
forman la prima banda partigiana
nazifascisti li vogliam cacciar!
Giunti presso il podere del Morteto
Incappano in un rastrellamento
un brigadiere prova a arrestar Enzo
Ma lui gli spara, e 'un se ne parla piu'
Poi va a Mazzolla per telefonare
E chiama la caserma di Volterra
mentre c'è la milizia che lo bracca
s'autodenuncia e si riesce a sganciar
Io sono il Comandante Enzo
ho ucciso io quel brigadiere
lasciate in pace la popolazione
Trovate me se vi riesce,
Ma vi conosco uno per uno
la rappresaglia, ve la farò pagar

Dopo il disastro al Frassine i compagni
Si riorganizzano alle Cetinelle
La prima fu la banda del Cerboni
Che poi fu preso e a Pisa fucilato
Con il Menchini, il comandante Pelo,
Ai primi di febbraio erano in nove
Poi con Bargagna, Enzo e Giorgio Stoppa
Quaranta a fine mese a guerreggiar
Ventidue marzo del Quarantaquattro
lo Stoppa insieme a Velio e col Cerboni
Guidan le loro bande su Montieri
A punire i fascisti caporioni
Assaltan la caserma che resiste
Fanno giustizia su due o tre fascisti
Requisiscono cibo e medicine
La dura lotta per alimentar!
Così dai tre distaccamenti
Ha preso corpo la Brigata
Guido Boscaglia dopo maggio l’han chiamata
Dalla Val d’Elsa alla Vald’era
Da Massa a Colle fino a Pisa
Ha liberato i paesi e le città!

Mentre in Maremma sboccia primavera
Sulle Carline arriva una staffetta
" Scegliete un partigian fin da stasera
che si rechi a Firenze in tutta fretta !
Si fa un'azion contro la setta nera
tacerà quella voce maledetta
Che il santo manganello ha predicato
e tanti lutti ha giustificato ! "
La squadra esplosivisti di Cassola
Sceglie un compagno bono a fa' il gappista
Andrà in città per una volta sola
A colpir l'ideologo fascista
Il partigiano s'arma, il tempo vola
Saluta Pedro e gli altri e con la lista
Dei suoi contatti imparata a memoria
Scende a Firenze ad incontrar la Storia.
" E' lei Giovanni il professore ? "
scoppia la bomba di Potente
e non lo salva il suo santo manganello
con Fanciullacci e la Boscaglia
fu cosi' il quindici d'aprile
che saldo' il conto il filosofo Gentile.

Sette di maggio escon di pattuglia
A sera Alvaro Betti ed il Boscaglia
Con altri quattro vanno al sabotaggio
Alta tensione, i pali salteran!
Quando arrivano al ponte del Pavone
incontran la milizia che li aspetta
La calma della notte vien squarciata
Da spari e grida, e il sangue scorre giù
Guido agonizza a lato della strada
Prometton di portarlo all’ospedale
Se dice dove ha il campo la Brigata
i fasci vita salva gli daran
Ma ecco il Boscaglia afferra il suo moschetto
Con l’ultimo respiro un colpo tira
I neri del suo corpo strazio fanno
Ma uno di loro non si rialza più
Diciannov’anni Guido Radi
Li ha donati ai suoi compagni
Non li ha traditi perché lui li amava
Amava il popolo, l’Italia
L’ideal dell’avvenire
Boscaglia è morto per la nostra libertà!

Norma Pratelli presta le sue cure
a Alvaro che però è ferito a morte
lo Stoppa, il capo, è un medico, eppure
non può far niente per cambiar la sorte.
Per metterlo con le altre sepolture
cercan delle assi e per non sfar le porte
la tavola del pane per la cassa
la dà una donna di vicino a Massa
Pei partigiani si prodiga Norma
Ma la milizia nera la cattura
E tutta notte dentro la caserma
La banda di aguzzini la tortura
La fanno a pezzi ma lei non informa
Quei pervertiti in divisa scura.
Passò la notte tragica e all'aurora
Per Norma risuonò l'ultima ora
Norma Pratelli è un orifiamma
Acceso nei cuori in Maremma
Son scarafaggi senza nome i neri
Per tutti noi che rimaniamo
Commossi e la ricordiamo
Norma è una luce di ideale e civiltà!

Un giorno ai partigiani fan sapere
Da Siena stan tornando 2 fascisti
Sono andati a cercare dei rinforzi
La Brigata vorrebbero annientar!
Stoppa con la seconda compagnia
al braccio di Mensano mette il blocco
Dirottan la corriera e i 2 spioni
direttamente sottoterra van!
Riparton con il bus a requisire
A Radicondoli le vettovaglie
E mentre un paio bloccan la caserma
Quell’altri il silo passano a svuotar
D’olio e di grano fanno la raccolta
Fascisti coi tedeschi affameranno!
Ma la gente del posto e i partigiani
Avranno tanta roba da mangiar!
Sono spietati coi nemici
con le spie coi traditori
ma voglion bene
alla popolazione!
E con coraggio e fantasia
Si danno a liberar l’Italia
i partigiani della
Guido Boscaglia!

Quarantaquattro, ventiquattro giugno
sfilano via i tedeschi in ritirata
in autoblindo camion bicicletta
fuggon dei partigiani l'avanzata
Dove la strada curva, alla Casella
la quinta squadra si trova appostata
quando i nemici passano il Pulella
inizia l'imboscata col suo Bren
Contro i nazisti a colpi di mitraglia
attacca in forze la Guido Boscaglia
Muoion facendo strage di nemici
Vincenzo e il partigiano russo Ivan
Cadon con loro Guido Salvadori
Leonardo dell’Aiuto e Ugo Mancini
Pero' una cinquantina di nazisti
Germania non ti vedranno mai più
Ventitreesima brigata
Garibaldi Guido Radi
che non si arrese è
così vendicato
Del suo più giovane caduto
Porta il nome di battaglia
E va all’assalto
la Guido Boscaglia!

domenica 31 agosto 2008

Aggiornamento

Ciao a tutti... Per motivi vari questo blog è rimasto un po' fermo comunque riprenderà presto la sua attività...

lunedì 21 luglio 2008

Morto 16 anni fa, ma vivo nella memoria come simbolo di lotta alla mafia



Ecco la trascrizione dell'intervista rilasciata dal magistrato Paolo Borsellino il 19 Maggio 1992 ai giornalisti Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi, così come è andata in onda in televisione. L'intervista venne registrata quattro giorni prima dell'attentato di Capaci in cui fu ucciso Giovanni Falcone. Due mesi dopo (il 19 luglio) lo stesso Borsellino fu ucciso nell'attentato di via D'Amelio a Palermo. L'intervista censurata da tute le televisioni nazionali fu pubblicata nell'aprile del 1994 da "L'Espresso", mentre un po' di tempo fa il gruppo Ds della Camera ha diffuso il testo della versione televisiva. L'intervista si apre con una dichiarazione di Borsellino.

Borsellino: Sì, Vittorio Mangano l'ho conosciuto anche in periodo antecedente al maxi-processo e precisamente negli anni fra il 1975 e il 1980, e ricordo di aver istruito un procedimento che riguardava delle estorsioni fatte a carico di talune cliniche private palermitane. Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come "uomo d'onore" appartenente a Cosa Nostra.

Giornalista: "Uomo d'onore" di che famiglia?
Borsellino: L'uomo d'onore della famiglia di Pippo Calò, cioè di quel personaggio capo della famiglia di Porta Nuova, famiglia della quale originariamente faceva parte lo stesso Buscetta. Si accertò che Vittorio Mangano, ma questo già risultava dal procedimento precedente che avevo istruito io e risultava altresì da un procedimento cosiddetto procedimento Spatola, che Falcone aveva istruito negli anni immediatamente precedenti al maxi-processo, che Vittorio Mangano risiedeva abitualmente a Milano, città da dove come risultò da numerose intercettazioni telefoniche, costituiva un terminale del traffico di droga, di traffici di droga che conducevano le famiglie palermitane.

Giornalista: E questo Mangano Vittorio faceva traffico di droga a Milano?
Borsellino: Vittorio Mangano, se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze probatorie più importanti risulta l'interlocutore di una telefonata intercorsa fra Milano e Palermo, nel corso della quale lui, conversando con un altro personaggio mafioso delle famiglie palermitane, preannuncia o tratta l'arrivo di una partita di eroina chiamata alternativamente, secondo il linguaggio convenzionale che si usa nelle intercettazioni telefoniche, come magliette o cavalli.

Giornalista: Comunque lei in quanto esperto, può dire che quando Mangano parla di cavalli al telefono, vuol dire droga.
Borsellino: Si, tra l'altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga, è una tesi che fu avanzata alla nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta al dibattimento, tanto è che Mangano fu condannato al dibattimento del maxi processo per traffico di droga.

Giornalista: Dell'Utri non c'entra in questa storia?
Borsellino: Dell'Utri non è stato imputato del maxi processo per quanto io ne ricordi, so che esistono indagini che lo riguardano e che riguardano insieme Mangano.

Giornalista: A Palermo?
Borsellino: Sì, credo che ci sia un'indagine che attualmente è a Palermo con il vecchio rito processuale nelle mani del giudice istruttore, ma non ne conosco i particolari.

Giornalista: Marcello Dell'Utri o Alberto Dell'Utri?
Borsellino: Non ne conosco i particolari, potrei consultare avendo preso qualche appunto, cioè si parla di Dell'Utri Marcello e Alberto, di entrambi.

Giornalista: I fratelli
Borsellino: Sì.

Giornalista: Quelli della Publitalia?
Borsellino: Sì.

Giornalista: Perché c'è nell'inchiesta della San Valentino, un'intercettazione fra lui e Marcello Dell'Utri in cui si parla di cavalli.
Borsellino: Beh, nella conversazione inserita nel maxi-processo, si parla di cavalli da consegnare in albergo, quindi non credo potesse trattarsi effettivamente di cavalli, se qualcuno mi deve recapitare due cavalli, me li recapita all'ippodromo o comunque al maneggio, non certamente dentro l'albergo.

Giornalista: C'è un socio di Marcello Dell'Utri, tale Filippo Rapisarda che dice che questo Dell'Utri gli è stato presentato da uno della famiglia di Stefano Bontade.
Borsellino: Palermo è la città della Sicilia dove le famiglie mafiose erano più numerose, si è parlato addirittura in un certo periodo almeno di duemila uomini d'onore con famiglie numerosissime, la famiglia di Stefano Bontade sembra che in un certo periodo ne contasse almeno 200, si trattava comunque di famiglie appartenenti a una unica organizzazione, cioè Cosa Nostra, i cui membri in gran parte si conoscevano tutti, e quindi è presumibile che questo Rapisarda riferisca una circostanza vera.

Giornalista: Lei di Rapisarda ne ha sentito parlare?
Borsellino: So dell'esistenza di Rapisarda, ma non me ne sono mai occupato pesonalmente.

Giornalista: Perché quanto pare, Rapisarda, Dell'Utri, erano in affari con Ciancimino, tramite un tale Alamia.
Borsellino: Che Alamia fosse in affari con Ciancimino è una circostanza da me conosciuta e che credo risulti anche da qualche processo che si è già celebrato. Per quanto riguarda Rapisarda e Dell'Utri, non so fornirle particolari indicazioni, trattandosi ripeto sempre di indagini di cui non mi sono occupato personalmente.

Giornalista: Non le sembra strano che certi personaggi, grossi industriali come Berlusconi, Dell'Utri, siano collegati a uomini d'onore tipo Vittorio Mangano?
Borsellino: All'inizio degli anni Settanta, Cosa Nostra cominciò a diventare un'impresa anch'essa, un'impresa nel senso che attraverso l'inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali, dei quali naturalmente cercò lo sbocco, perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all'estero e allora così si spiega la vicinanza tra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali.

Giornalista: Lei mi dice che è normale che Cosa Nostra si interessi a Berlusconi?
Borsellino: è normale che chi è titolare di grosse quantità di denaro cerchi gli strumenti per poter impiegare questo denaro, sia dal punto di vista del riciclaggio, sia dal punto di vista di far fruttare questo denaro.

Giornalista: Mangano era un pesce pilota?
Borsellino: Sì, guardi le posso dire che era uno di quei personaggi che ecco erano i ponti, le teste di ponte dell'organizzazione mafiosa nel nord Italia.

Giornalista: Si dice che abbia lavorato per Berlusconi?
Borsellino: Non le saprei dire in proposito o anche se le debbo far presente che come magistrato ho una certa ritrosia a dire le cose di cui non sono certo, so che ci sono addirittura ancora delle indagini in corso in proposito. Non conosco quali atti siano ormai conosciuti, ostensibili e quali debbano rimanere segreti. Questa vicenda che riguarderebbe i suoi rapporti con Berlusconi, è una vicenda che la ricordi o non la ricordi, comunque è una vicenda che non mi appartiene, non sono io il magistrato che se ne occupa quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla.

Giornalista: C'è un'inchiesta ancora aperta?
Borsellino: So che c'è un'inchiesta ancora aperta.

Giornalista (in francese): Su Mangano e Berlusconi a Palermo?
Borsellino: Sì.

giovedì 12 giugno 2008

24 anni fa moriva....


Grande era e grande resterà nella memoria...

martedì 10 giugno 2008

La scomparsa dei reati

Ieri, prima di accusare un lieve malore, dunque ancora nel pieno possesso delle facoltà psicofisiche, il presidente del Consiglio ha annunciato che saranno vietate le intercettazioni, fuorché per «criminalità organizzata, mafia, camorra e terrorismo».
E le poche che si potranno ancora disporre non potranno essere pubblicate. Per i trasgressori ­ magistrati, agenti di polizia giudiziaria e giornalisti ­ «saranno previsti 5 anni di carcere». Una pena più alta del falso in bilancio non ancora depenalizzato, per dire. E poi «una forte penalizzazione economica per gli editori che le pubblicano» (per esempio per suo fratello Paolo, il cui Giornale pubblicò una telefonata top secret e priva di rilevanza penale tra Fassino e Consorte). L’annuncio non deve stupire: è scritto nero su bianco nel programma elettorale del Popolo della Libertà provvisoria. Ma, come al solito, era stato sottovalutato dai più. Soprattutto dal Pd e dall’Anm, protagonisti di un curioso «dialogo» con l’uomo, anzi l’ometto che si propone di sfasciare definitivamente quel poco che resta del sistema giudiziario. Lo stesso ometto che contemporaneamente annuncia «il ritorno dello Stato», la «tolleranza zero» e la «certezza della pena», subito creduto ed elogiato come statista dai nove decimi della stampa italiana. Sempreché non sia stato frainteso o non abbia parlato a titolo personale, basta prendere alla lettera l’annuncio del premier per prevedere le conseguenze della nuova legge. Qualche esempio. Tizio viene ammazzato. Nessuna traccia dell’assassino. Il giudice ordina di controllare i telefoni di parenti, amici e colleghi di lavoro, alla ricerca di un indizio. Ma l’omicidio (salvo che a commetterlo sia un mafioso, un camorrista o un terrorista) non è compreso tra i reati per cui sarà ancora lecito intercettare: dunque resterà insoluto, salvo che l’assassino si presenti spontaneamente a confessare. Rapina in banca: una telecamera riprende uno dei rapinatori. Gl’inquirenti riconoscono dalle immagini sfuocate uno dei rapinatori e gl’intercettano il telefono per accertarsi che sia proprio lui e individuarne i complici. Questo, oggi. Domani, non essendo le rapine reati di criminalità organizzata, niente intercettazioni: impossibile scoprire i malviventi, che la faranno franca, né tantomeno recuperare il bottino. Un imprenditore viene sequestrato. Le forze dell’ordine, oggi, mettono sotto controllo il telefono di casa per risalire ­ dalle chiamate per la richiesta di riscatto - alle utenze dei sequestratori, pedinarli, scoprire il covo e liberare l’ostaggio. Domani niente intercettazioni e niente colpevoli. Ai familiari non resterà che pagare e sperare che il congiunto venga restituito tutto intero. Un misterioso molestatore perseguita una ragazza con telefonate oscene, o minaccia e insulta un suo nemico: gl’investigatori controllano il telefono della vittima e risalgono al disturbatore. Oggi. In futuro anche questo sarà impossibile. Una donna, picchiata e violentata dall’ex compagno, trova la forza di sporgere denuncia. Ma mancano le prove. Per trovarle, serve intercettare l’uomo per verificarne gli spostamenti. Con la nuova legge, niente intercettazioni e niente prove. Circa il 90% delle intercettazioni, in Italia, riguardano traffici di droga, molto spesso a opera di bande di italiani o di immigrati non affiliati alla criminalità organizzata. Bene, anzi male: non saranno più intercettabili, così lo Stato rinuncia a sgominare centinaia di pericolose gang e a sequestrare enormi quantità di stupefacenti. Anche per rintracciare i latitanti, sfuggiti alla giustizia dopo condanne per omicidio, rapina, traffico d’armi o di droga ecc., si intercettano i telefoni di parenti, amici e conoscenti per verificare chi li ospiti o li aiuti: salvo che si tratti di mafiosi o terroristi, la nuova legge impedirà di acciuffarli. Poi, naturalmente, ci sono i reati finanziari, fiscali e contro la Pubblica amministrazione. Che poi sono quelli che Berlusconi, avendone commessi parecchi ed essendo tuttora imputato per tutte e tre le categorie penali, spera di rendere impossibili da scoprire e da punire (magari con una norma transitoria che renda inutilizzabili le intercettazioni sin qui realizzate, tipo quella tra lui e Saccà per cui è imputato a Napoli per corruzione). Siccome nessuno li confessa spontaneamente, l’unico modo per smascherarli è intercettare chi è sospettato di commetterli. D’ora in poi sarà proibito: non commetterli, ma scoprirli. Così i miliardi di euro che ora lo Stato recupera ogni anno dai processi per bancarotta, falso in bilancio, corruzione, concussione, frode fiscale, aggiotaggio (solo dalle intercettazioni dei furbetti del quartierino, la Procura di Milano e Clementina Forleo hanno recuperato quasi 1 miliardo di euro) resteranno nelle tasche dei criminali. Chissà che ne dice Robin Hood Tremonti.
Marco Travaglio L’Unità (8 giugno 2008)

lunedì 2 giugno 2008

Auguri a tutti

Oltre 60 anni di repubblica... Auguri Italiani....







venerdì 23 maggio 2008

giovedì 15 maggio 2008

Pronto Pizza

È un vero peccato che i sottosegretari del Berlusconi IV siano così pochi, appena 37. Fossero stati di più, come nel governo Prodi, l'avanspettacolo assicurato per i prossimi 5 anni sarebbe certamente più vario. Basti pensare che dal Bagaglino di Palazzo Chigi son rimaste fuori gigantesse del pensiero tipo Daniela Melchiorre, Iole Santelli e Alessandra Mussolini e titani della coerenza come Lamberto Dini. Ma bisogna accontentarsi: pare che trombati e trombate avranno ciascuno una commissione da presiedere, dunque il cabaret si trasferirà da quelle parti. Anche la scelta dei sottosegretari, come già quella dei ministri, è stata improntata alla più ferrea meritocrazia. Prendete Elisabetta Alberti Casellati. Nel 2001, appena divenuta sottosegretaria alla Salute, sistemò la figlia Ludovica a capo della segreteria di sé medesima. Per la serie: prendi uno, paghi due. Ora, per il suo squisito senso dell'equità, l'hanno spostata alla Giustizia, come se non bastasse Alfano. Sempre nel ramo parenti, si segnala Giuseppe Cossiga, figlio di cotanto padre, alla Difesa. In realtà per lui e la Casellatì era meglio la delega alla Famiglia, che però è già occupata da Fernandel Giovanardi, che cumula pure quelle alla Droga e al Servizio civile. Per la prima pareva più adatto Miccichè, ma serviva al Cipe. In fondo Giovy ha pur sempre dato nome alla legge antidroga, che prevede la galera per chi possiede spinelli oltre la soglia - precisò lui stesso, armato di bilancino - di 21 canne e mezza. Poi ci sono i sottosegretari da esportazione, ovviamente scelti con criteri di eccellenza perché devono farsi conoscere anche oltre Chiasso. È il caso di Michela Vittoria Brambilla, paracadutata dalla Salute al Turismo nella speranza che viaggi molto. E del duo Stefania Craxi-Enzo Scotti agli Esteri, investiti di due compiti delicati: il primo, rammentare all'ignaro e spensierato Frattini che è il ministro degli Esteri anche se gli vien da ridere; il secondo, far sapere agli altri paesi che l'Italia, quando riesce a liberarsi di un politico corrotto, lo rimpiazza subito con i suoi figli. Enzo Scotti - lo diciamo per i contemporanei - non è omonimo di quell'Enzo Scotti che faceva il ministro per la Dc fino al '92. È sempre lui, riciclato dall'Mpa. Ai tempi belli era ministro degli Esteri, ora s'accontenta di fare il sottosegretario, e nemmeno l'unico. Uno dei tanti. Nel frattempo ha collezionato una prescrizione per lo scandalo dei fondi neri del Sisde e una condanna della Corte dei conti a risarcire lo Stato. Dunque va premiato e mandato in giro per il mondo, a tener alta la reputazione dell'Italia. Poi c'è Aldo Brancher, noto statista lombardoveneto, già «saggio» ri-costituente nella baita di Lorenzago, finito in galera 15 anni fa per le mazzette Fininvest al Psi. Temendo che le manette gli sciogliessero la lingua e gli rinfrescassero la memoria, Berlusconi e Confalonieri - come ha raccontato lo stesso Cavaliere - erano soliti girare ogni sera in automobile intorno a San Vittore per ispirargli telepaticamente la virtù del silenzio. Funzionò: «eroico» almeno quanto Mangano, Brancher non parlò, si prese tutta la colpa, e venne ricompensato: prima con un seggio al Parlamento, poi con la depenalizzazione del suo reato - il falso in bilancio - giusto in tempo per risparmiargli una condanna definitiva in Cassazione. Ora è sottosegretario al Federalismo, che è proprio la sua materia di studi. Dopo Carlo Cattaneo, c'è Brancher. Ma non è finita, perché il meglio deve ancora venire: il sottosegretario all'Istruzione, Università e Ricerca è nientepopodimenochè Giuseppe Pizza, segretario della fantomatica Dc. Che parrebbe un po' superata anche a un etrusco, a un fenicio, a un cartaginese, ma esiste. Almeno sulla carta. Giornalista, iscritto alla Dc (quella vera) dal 1969, poi membro della direzione e della giunta nazionale, nel 1994 ne tentò l'impossibile riesumazione insieme a Flaminio Piccoli e al presidente onorario Giuseppe Alessi, siciliano, ultracentenario. Vinta in extremis la battaglia legale per il nome e lo Scudocrociato, la Dc di Pizza s'è alleata col Cainano imbarcando due scarti dell'Udeur come il pregiudicato Rocco Salini e lo sputacchiere Tommaso Barbato. Purtroppo son rimasti fuori dal Parlamento. Ora bisogna assolutamente recuperarli. Salini, condannato per falso, all'Alitalia. Barbato, con tutti quegli sputi, all'Educazione. O all'Informazione, per via della saliva.
Marco Travaglio, L’Unità (14 maggio 2008)

lunedì 12 maggio 2008

Schifani Renato Giuseppe

Schifani Renato Giuseppe (FI)

Anagrafe Nato a Palermo l’11 maggio 1950.

Curriculum Laurea in Giurisprudenza; avvocato; dal 2001 capogruppo di FI al senato; 3 legislature (1996, 2001, 2006).

Soprannome Fronte del Riporto.

Segni particolari Porta il suo nome, e quello del senatore dell’Ulivo Antonio Maccanico, la legge approvata nel giugno del 2003 per bloccare i processi in corso contro Silvio Berlusconi: il lodo Maccanico-Schifani con la scusa di rendere immuni le «cinque alte cariche dello Stato» (anche se le altre quattro non avevano processi in corso). La norma è stata però dichiarata incostituzionale dalla consulta il 13 gennaio 2004. L’ex ministro della Giustizia, il palermitano Filippo Mancuso, ha definito Schifani «il principe del Foro dei recupero crediti», anche se Schifani risulta più che altro essere stato in passato un avvocato esperto di questioni urbanistiche. Negli anni Ottanta è stato socio con Enrico La Loggia della società di brookeraggio assicurativo Siculabrokers assieme al futuro boss di Villabate, Nino Mandalà, poi condannato in primo grado a 8 anni per mafia e 4 per intestazione fittizia di beni, e dell’imprenditore Benny D’Agostino, poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo il pentito Francesco Campanella, negli anni Novanta il piano regolatore di Villabate, strumento di programmazione fondamentale in funzione del centro commerciale che si voleva realizzare e attorno al quale ruotavano gli interessi di mafiosi e politici, sarebbe stato concordato da Antonino Mandalà con La Loggia. L’operazione avrebbe previsto l’assegnazione dell’incarico ad un loro progettista di fiducia, l’ingegner Guzzardo, e l’incarico di esperto del sindaco in materia urbanistica allo stesso Schifani, che avrebbe coordinato con il Guzzardo tutte le richieste che lo stesso Mandalà avesse voluto inserire in materia di urbanistica. In cambio, La Loggia, Schifani e Guzzardo avrebbero diviso gli importi relativi alle parcelle di progettazione Prg e consulenza. Il piano regolatore di Villabate si formò sulle indicazioni che vennero costruite dagli stessi Antonino e Nicola Mandalà [il figlio di Antonino che per un paio d’anni ha curato gli spostamenti e la latitanza di Bernardo Provenzano, nda], in funzione alle indicazioni dei componenti della famiglia mafìosa e alle tangenti concordate.
Schifani, che effettivamente è stato consulente urbanistico del comune di Villabate, e La Loggia hanno annunciato una quercia contro Campanella.

Assenze 321 su 1447 (22,2%) missioni 20 su 1447 (1,4%).

Frase celebre «Li abbiamo fregati!» (dopo l’approvazione della legge sul legittimo sospetto, che doveva servire per spostare i processi contro Berlusconi e Previti da Milano a Brescia, 10 agosto 2002).

«In vacanza alle isole Eolie, Renato Schifani, in compagnia di alcuni amici, ha dovuto aspettare per un’ora di fila che si liberasse un tavolo in un ristorante del centro di Lipari. Il capogruppo di Forza Italia a Palazzo Madama ha pazientemente atteso il proprio turno, senza sollevare alcuna obiezione e senza pretendere un trattamento di favore» (comunicato ufficiale dell’ufficio stampa del sen. Schifani, 15 agosto 2006).

«Rita Borsellino sfrutta il nome del fratello per fini politici» (12 settembre 2003).
«Sono un sessantottino, ho partecipato anch’io alle occupazioni. Sto dedicando la mia vita a lui, io credo molto in Silvio Berlusconj (...) Mi sono innamorato di Berlusconi perché ho visto in lui quella naturalezza e genuinità della politica che non avevo visto in passato. È un grande stratega e un grande leader» («Libero», 29 luglio 2007).

«Oggi Cuffaro ha ripreso saldamente in mano il timone di una Sicilia che già è cresciuta così come i dati sul Pil e sulla disoccupazione ai minimi storici ci indicano. Dobbiamo anche riconoscere al governatore siciliano che è stato e continua ad essere l’unico garante dell’unità della coalizione, risultato questo che, in un sistema maggioritario, è garanzia di stabilità e quindi di quella risorsa fondamentale per lo sviluppo che è la governabilità di un territorio. Forza Italia sarà al suo fianco in questa nuova fase di governo della Regione per sostenere quella linea riformistica che è alla base del proprio credo politico» (dopo la condanna di Cuffaro a 5 anni per favoreggiamento, Agi, 19 gennaio 2008).

Travaglio vs Mafia a Che tempo che fa







venerdì 9 maggio 2008

La maledizione di Mastelkamen

Se in Libia sono molto preoccupati per il ritorno al governo di Calderoli, in Italia va tutto bene. Digerita tra le ovazioni l'ascesa alla seconda carica dello Stato di Renato Schifani, reduce da un'allegra vacanza con Totò Cuffaro a Capri, ci si prepara serenamente alla lista dei ministri del Berlusconi III. Per un pelo, non s'è fatto in tempo a nominare il prof. Marcelletti ministro della Salute: l'hanno arrestato prima. Era andata meglio al prof. Sirchia, prima ministro, poi condannato. La categoria indagati sarà comunque degnamente rappresentata. A parte il premier, imputato in 4 processi, ci sarà Raffaele Fitto: la Procura di Bari ha chiesto il suo rinvio a giudizio per corruzione, una stecca di 500 mila euro targata Angelucci. Dunque ieri, ricevendo una scolaresca e mettendola in guardia dai pericoli del comunismo, il Cainano ha comunicato ai pargoli che l'imputato Fitto sarà ministro degli Affari regionali: infatti i pm lo accusano proprio di affari regionali (quelli nelle cliniche convenzionate dalla Puglia). Un messaggio educativo. Maroni, condannato per aver picchiato alcuni poliziotti, azzannando il polpaccio a uno di essi, sarà ministro dell'Interno. E Matteoli, rinviato a giudizio per favoreggiamento, avrà le Infrastrutture: infatti gl'indagati che avrebbe favoreggiato erano molto attivi negli abusi edilizi all'Elba. Per la stessa logica meritocratica, Stefania Craxi sarà sottose­gretario agli Esteri al posto del fratello Bobo: entrambi esperti di esteri, Hammamet e dintorni. Resta vacante la Giustizia. Si era parlato di Pera, poi frettolosamen­te rimesso in naftalina; di Giulia Bongiorno, che ha preferito dedicarsi al delitto di Perugia, meno compromettente del gover­no Berlusconi; e di Claudio Scajola, avvantaggiato dall'aver trascorso, negli anni 80, ben tre mesi in galera (poi fu assolto). In fatto di edilizia carceraria avrebbe garantito una competenza supe­riore a quella del grossista di pesce nominato consulente da Castelli. Non se n'è fatto nulla. Poteva andar bene Elio Vito, per via del cugino Alfredo, pregiudicato per corruzione. Niente, andrà ai Rapporti col Parlamento. Resta Angiolino Alfano, che ha il merito di arrivare dalla Sicilia. Sottosegretario alla Giustizia dovrebbe essere l'avv. Giuseppe Consolo, An, condannato in primo grado e poi assolto per aver copiato monografie altrui. A proposito di via Arenula, circola una leggenda: quella secondo cui i ministri della Giustizia sarebbero perseguitati dai giudici. Parola di Mastella, il quale, uscito dal Parlamento, dispensa pareri da vecchia gloria, come Bergomi e Altafini. «I miei guai - giura - sono iniziati dal giorno in cui ho giurato». In realtà, quel giorno, iniziarono i guai del governo Prodi e degl'italiani perbene. Mastella lamenta che alcuni pm indagassero su di lui senza dirgli niente («può essere mai che un ministro non sappia nulla di quel che sta per capitare a lui e alla sua famiglia?»: ecco, dovevano avvertirlo in anticipo dei futuri arresti, magari per aiutare gl'indagati a inquinare le prove). A suo dire, «il ministero della Giustizia è una maledizione», come dimostrerebbero i guai capitati «ai miei predecessori, da Martelli a Castelli», perché «i magistrati hanno il desiderio di tenerti sotto controllo, insomma di condizionarti». In realtà i guai di Martelli non dipesero dal fatto che fosse Guardasigilli, ma dal fatto che prendesse le tangenti dalla Ferruzzi (Enimont), da Celli e da Calvi (Conto Protezione). I guai di Castelli, dalle consulenze regalate ai grossisti di pesce. I guai di Mastella, dai suoi rapporti con faccendieri alla Saladino e Bisignani e dai clientelismi in Ceppalonia. Nel frattempo furono ministri della Giustizia Flick, Fassino e Diliberto, senza alcun guaio: non violavano la legge. Ebbero guai, ma non con la giustizia, Conso, Biondi e Mancuso. Il primo perché firmò il decreto sulla depenalizzazione del finanziamento illecito dei partiti e Scalfaro lo bocciò perché incostituzionale. Il secondo perché abolì le manette per i ladri di Stato e i suoi alleati Bossi e Fini lo scaricarono. Il terzo perché perseguitava il pool di Milano e la sua maggioranza (centrosinistra più Lega) lo cacciò. Nella Prima Repubblica furono Guardasigilli personaggi come Vassalli e Martinazzoli: mai avuto guai. Forse perché non commettevano reati. Una razza fortunatamente estinta.
Marco Travaglio L’Unità (7 maggio 2008)

Statisti a confronto












MAFIA: una montagna di MERDA

Un italiano è in visita turistica al muro del pianto.
Ad un certo punto, udito un gran frastuono si gira di scatto e vede,
accasciato per terra, il cadavere di Silvio Berlusconi ucciso da una raffica
di mitra. Dopo averlo raccolto, pur riluttante, si dirige presso
l'ambasciata italiana per chiedere informazioni sui costi di trasporto della
salma del connazionale in Italia.
"Mille euro per tumularlo e seppellirlo in Isralele, diecimila euro per il
trasporto in Italia"
"Va bene" risponde il turista "Preparatemi i documenti per la pratica di
rientro in Italia"
"Ma come!!" replica l'addetto dell'ambasciata "Costa dieci volte tanto e
questo, lei, neanche lo conosce!!!!!!!!!!"
"Lo so, ma mi hanno raccontato che circa duemila anni fa da queste parti
uno è resuscitato... meglio non rischiare...."

Stornello per il 2008

2008 sotto le bombe
Mezza luna rischiara le tombe
Bush si difende: “Erano armati”
2008 bambini soldati

2008 false prove
Per dichiarare guerre nuove
Stelle e strisce sul sentiero
Della corsa all’oro nero

2008 coppie di fatto
Innamorate senza diritto
Sfogano in piazza l’incazzatura
Sono 28 per la questura

2008 preti casti
Tranne qualcuno che vuole sposarsi
Dice un prelato: “Lasciamoli fare
Però vietiamogli di divorziare”

2008 biglietti a Natale
Di andate e ritorno al proporzionale
“L’accordo è fatto!” esulta Veltroni
“Ho la parola di Berlusconi”

Il cavaliere ride di scherno
Mostra le firme contro il governo:
“8 milioni tondi tondi!”
Ma sono tutte di Sandro Bondi

2008 presagi del male
Nell’enciclica papale
2008 condanne alla scienza
Che dice il vero con troppa insistenza

“Non farà sconti il Padreterno
Tutti i cattivi andranno all’inferno!”
Pensa Mastella devoto al culto:
“Svuoterò gli inferni con un indulto”

2008 bamboccioni
Laureati alla Bocconi
Fanno volare Piazza Affari
2008 contratti precari

2008 prestiti a strozzo
E i commercianti pagano il pizzo
2008 operai in nero
Trovano un posto al cimitero

2008 bambine squillo
Battono il tempo sui tacchi s spillo
In poltrona a “Porta a Porta”
C’è una studentessa morta

2008 in balia delle onde
Emigrati tra le due sponde
Stesso destino dei nostri antenati
2008 morti affogati

2008 ballata triste
Per la gente che resiste
2008 ballata allegra
Per la gente che se ne frega

2008 per chi ne ha abbastanza
E per chi invece ha ancora speranza
Nel nuovo millennio già mal ridotto
Facci sognare 2008

Una valida metafora

Un giorno, un non vedente era seduto sul gradino di un marciapiede con un cappello ai suoi piedi e un pezzo di cartone con su scritto:
«Sono cieco, aiutatemi per favore»
Un pubblicitario che passava di lì si fermò e notò che vi erano solo alcuni centesimi nel cappello.
Si chinò e versò della moneta, poi, senza chiedere il permesso al cieco, prese il cartone, lo girò e vi scrisse sopra un'altra frase.
Al pomeriggio, il pubblicitario ripassò dal cieco e notò che il suo cappello era pieno di monete e di banconote.
Il non vedente riconobbe il passo dell'uomo e gli domandò se era stato lui che aveva scritto sul suo pezzo di cartone e soprattutto che cosa vi avesse
annotato.
Il pubblicitario rispose: "Nulla che non sia vero, ho solamente riscritto la tua frase in un altro modo". Sorrise e se ne andò.
Il non vedente non seppe mai che sul suo pezzo di cartone vi era scritto:
"Oggi è primavera e io non posso vederla".


Morale.
Cambia la tua strategia quando le cose non vanno molto bene e vedrai che poi andrà meglio.
Se non inoltri questa mail non ti capiterà nulla, ma inviala almeno a quelle persone che secondo te meritano di vedere la primavera e a tutti quelli che
tu vorresti vedere sempre sorridere, perché il loro sorriso renda migliore questo mondo.
Se un giorno ti verrà rimproverato che il tuo lavoro non è stato fatto con professionalità, rispondi che l'Arca di Noè è stata costruita da dilettanti e il Titanic da professionisti

Vi racconto una storia


Giovedì 23 marzo 1944 un partigiano di nome Rosario Bentivegna, partigiano dei GAP i Gruppi di Azione Patriottica, gira per Roma con un carretto di ferro, è vestito da spazzino, da netturbino, e nel carretto c’è l’immondizia, ma in mezzo all’immondizia ci sono 18 Kg di tritolo e uno zeppo di legno con attaccata una miccia di 50 cm, che se è fatta per bene brucerà in 50 secondi. Spinge sto carretto sui sampietrini di Roma e pensa pure: “Certo che Roma è tanto bella co sti sampietrini ma a spingne ‘n caretto co e rote de fero…” Sai dove arriva? Arriva a via Rasella dove sono appostati gli altri partigiani, ci arriva un po’ prima delle due perché per le due devono passare i tedeschi; ma alle 2 i tedeschi non passano, e non passano neanche alle 2 e mezzo, neanche alle 3 e alle 3 e mezzo, alle 4 meno un quarto, dopo quasi 2 ore di attesa, si decide che se i tedeschi non fossero passati alle 4 si doveva mandare a monte tutta l’azione; già Bentivegna, il partigiano, pensa a sto carretto con le ruote di ferro, a la fatica che avrebbe fatto per riportarlo indietro, al fatto che poi c’era la pena di morte se ti trovavano con un coltello in tasca o un paio di forbici, figurati con 18 Kg di tritolo e tanto di miccia. Ma qualche minuto prima delle 4 arrivano i tedeschi, marciano cantando una canzone che i tedesco significa “Salta ragazza mia”, è l’undicesimo reparto del Polizei Reigment Bothzen in fase d’addestramento a Roma, 160 soldati, 150, davanti c’è un gruppo d’avanguardia, in fondo, un somaro che trascina un carretto e sul carretto un fucile mitragliatore. Allora Bentivegna accende la miccia, si allontana lentamente, Calagapponi gli va dietro, gli copre le spalle con l’impermiabile e si infilano in un autobus. Mentre brucia la miccia, 50 cm, 50 secondi, un gruppo di ragazzini si mette a giocare proprio lì vicino all’esplosivo, così Pasquale Balsamo che è un altro partigiano, corre verso questi ragazzini, gli ruba il pallone, da un calcio al pallone che rotola giù per la discesa di via Rasella e un ragazzino si gira e dice: “Aoh, ah fio de na mignatta, ma che stai a fa?” poi vede che il pallone è arrivato e questi ragazzini corrono dietro al pallone, quelli si salveranno la vita, ma intanto il carretto esplode; nell’esplosione muoiono 32 tedeschi e un ragazzino italiano. Quando qualche ora dopo Adolf Hitler dalla Germania viene a sapere quello che è successo a Roma, in pieno centro, in pieno giorno, da ordine di uccidere 50 italiani per ogni soldato tedesco morto e il quartiere deve essere raso al suolo, questi sono gli ordini di Hitler; poi qualcuno dirà: “Vabbè 50 sono troppi, meglio 40…30…20…” io non so quello che si sono detto, ma so quello che poi hanno deciso; hanno deciso di uccidere 10 italinai per ogni soldato tedesco morto, i tedeschi sono 32, il conto è facile 320 persone da uccidere, 320 che però devono essere già stati condannati a morte per fare un esecuzione esemplare, per dare l’esempio davanti a tutti, per far vedere chi è che comanda a Roma, che sono i tedeschi. Ma 320 condannati a morte a Roma non ci sono; li vanno a contare, sono 3, e da 3 a 320 la strada è lunga. Questa strada lunga la percorrerà il capo dell’Aghestapo a Roma, Herbert Cappler, che decide che per arrivare prima, per sveltire la pratica conviene uccidere non quelli condannati a morte, ma quelli ipoteticamente condannabili, e nell’ipotesi condannabili per Cappler sono tutti (perfino Ettore Ronconi, questo faceva l’oste, era di Genzano, era appena arrivato a Roma con la botte di vino, pure lui ipoteticamente condannabile e pure lui per davvero il giorno dopo verrà ammazzato). Quel giorno è giovedì 23 marzo 1944.

Durante la notte tra il 23 e il 24, tra giovedì e venerdì muore un altro tedesco per conto suo in ospedale, uno che era stato ferito a via Rasella muore per conto suo in ospedale e Cappler senza che nessuno glielo comanda decide che per un fatto di giustizia matematica bisogna aggiungere al numero altri 10 italiani, poi si sbaglia ce ne mette 15. Totale 335.

Venerdì 24 marzo 1944, un gruppo di camion tedeschi, tanti camion, arrivano in periferia di Roma sulla via Ardeatina dove ci sono le vecchie cave abbandonate e fanno entrare a gruppi di 5 i 335 che sono sui camion.

Entrano a gruppi di 5 con le mani legate dietro la schiena, devono ricevere il colpo all’altezza della nuca con la testa leggermente reclinata in avanti in modo tale da morire subito, ma qualcuno non muore subito; durante l’esumazione uno verrà trovato con 4 fori nel cranio, per 39 di loro sarà impossibile recuperare la testa, che molto probabilmente è scoppiata con i gas d’esplosione all’interno della scatola cranica. Quel giorno lì è il 24 marzo 1944, la sera sono già state ammazzate 335 persone.

Sabato 25 marzo 1944, sui giornali viene stampato un articoletto, che non è proprio un articolo, più un’agenzia, infatti è firmato “Agenzia Stefani” e lì c’è scritto ciò che è successo nei due giorni precedenti, l’ultima frase recita: ”L’ordine è già stato eseguito.”. Già tutto fatto, tutto finito.

Da sabato 25 marzo 1944 a oggi molte cose sono cambiate:

Cappler è stato arrestato, processato, condannato, messo in galera, è scappato e morto in Germania. Inoltre è stato arrestato un altro tedesco, Erich Pripke, questo è stato arrestato in Sud-America, in Argentina, dove a Bariloce aveva aperto una salumeria; è stato arrestato e portato in Italia.

Mentre a Rosario Bentivegna, il partigiano, gli hanno dato la medaglia d’argento al valor militare e in tutti questi anni ha fatto il medico.

Ore se io fosso un bambino di 10 anni leggendo tutto questo mi chiederei:

“Ma com’è possibile che Rosario Bentivegna in tutti questi anni e ancora oggi da molti sia ritenuto il responsabile dell’eccidio nazista alle Fosse Ardeatine, lui che ha quasi dato la vita per combattere il fascismo??? Mentre invece per Erich Pripke circa qualche fa è stato persino stampato un francobollo…”